|| giovedì, 08 maggio 2008 ||
Oggi ho preso un treno a caso, pensavo a chi sono e chi ero mentre il cane giallo e il pappagallo grigio di via XXIV Maggio mi perseguitano da stamani. Sono terribilmente complementari, il pappagallo grigio che sta sempre e solo zitto e il cane giallo che abbaia anche alle foglie che frusciano. E ringhia e sbatte i denti contro il cancello. Penso di aver paura del cane giallo.
Ho preso un treno a caso, con i capelli spettinati in modo improbabile e il braccio fasciato che trovo già ridicolo e troverò ancor peggio quando verrà sfasciato e le cicatrici saranno disponibili al mondo per essere sfottute. Mi gingillavo col mio cellulare comprato appena fuori dalla fermata della metropolitana il primo giorno di permanenza londinese. Carphone Warehouse, mobile phone e credito venti pounds. Poi se malauguratamente si spegne non si riaccende a meno che non vi intervenga uno sturbo di nervi, ma non importa. Mi gingillavo il mio azzurrissimo mattone tra le mani, incurante dei bimbetti che facevano gorgheggiare suonerie poco probabili. A volumi intollerabili.
Sono scesa dal treno e ho contato i passi lungo la sala partenze di Santa Maria Novella.I passi che mi separavano dal mio ormai affezionatissimo milkshake al cioccolato. Ho pensato che col mio zaino con le peonie vagamente traditional, color cartazucchero su fondo grigio, potevo benissimo confondermi tra le flotte di giapponesi sudati e tedeschi spauriti. Accarezzavo l'idea di essere in orario sulla tabella di marcia per la preparazione degli esami, sebbene già so che mi ridurrò alle ultime settantadue ore per studiare tutto. Camminavo posata, misurando la lunghezza dei miei passi, mentre pensavo alla mia tee shirt con la riproduzione della Grande Onda di Katsushita Hokusai. Quasi nessuno si renderà conto di quanto c'è stampato sopra, moltissimi riconosceranno il ricciolo della carhartt.
C'est la vie.
Meditavo anche di infastidire il tatuatore per il mio progetto al momento on hiatus, ma poi me ne sono dimenticata. Questo mi gingillava il cervello mentre varcavo l'arco d'oro, snocciolavo un euro sul bancone, sorridevo alla cassiera e mi guadagnavo la mia dose di zuccheri malati. Continuavo a pensare a quella strana coppia, al pappagallo grigio e al cane giallo. E ai miei sogni delle ultime due notti.
Pensavo a quanto si sbriciola la distanza tra noi, quando mi dici di giovanili interpretazioni di Marcovaldo. Distanza tra noi che non esiste se non nei chilometri. Non esisto più nel mio passato, non esisto nel mio futuro, se non in quello che tra due mesi esatti mi vedrà impegnata in ciò che so fare meno, vale a dire ottimizzare. Esisto solo nel mio splendido presente. Nella mia volontà che mi alza dal letto la Domenica mattina per perdermi in libreria per cercarti un testo affine, avendo dormito meno di quattro ore. Esisto solo quando sbrano il velo che per qualche secondo interponi tra noi, facendo finta di essere molto stronzo.
Esisto quando reprimo a forza un sorriso, seduta a quella fermata in una serata stranamente luminosa per essere già le otto e venti. Esisto quando non parli, quando non parlo, quando ci guardiamo e so già tutto. Sai già tutto. Vivo solo del presente, dell'attimo che è, non era e non sarà. Dei momenti moltiplicati all'infinito che solo tu sei in grado di farmi provare. E non ringrazio niente e nessuno di quanto c'è stato prima. Ringrazio solo quella che sono adesso. Ringrazio la forza che ho di aprirmi a te a rischio di una risata in faccia, per farti capire quanto ho dentro.Potrei chiedere di cancellare dalla mia mente tutti i momenti che abbiamo vissuto fino ad ora, ogni piccola briciola che abbiamo messo accanto ad un'altra, arrivando piano piano fino a qui; potrei chiedere di farmi scordare di tutto, da quanto ho il privilegio di guardarti dentro, se solo mi promettessero che una mattina mi sveglierò ancora sentendoti canticchiare, e che facendo finta di dormicolare sotto le coperte potrò ancora una volta guardarti mentre tutto serio ti abbottoni con precisione immacolata i bottoni della camicia a quadretti blu, bianchi e rossi.
Perché mi dai le opportunità che ho sognato per tutta una vita, e non posso permettermi di rovinare tutto. Perché io lo sentivo dentro che quel trenta Settembre dell'anno che ormai porta due cifre fa, dovevo prendere quel treno per Rimini a caso. E arrivare, e prima ancora che su Jesus Christ, posare gli occhi sull'iscrizione della manica della long sleeve. E alzandoli, schiantarmi nel tuo sguardo senza averne il diritto, senza che tu te ne accorgessi, senza sapere chi fossi. Senza smettere nemmeno adesso e senza voler smettere. Sudato fradicio, con la banana sfatta e i riccioli spettinati, ma con quegli occhi che non sono mai più riuscita a bruciarmi via dal cervello. Anche se ti faccio sempre credere di non averti neppure notato. I fell in love with the boy at the rock show.

E quando rispolvero i Blink 182, la situazione è grave.
Ho preso un treno a caso, con i capelli spettinati in modo improbabile e il braccio fasciato che trovo già ridicolo e troverò ancor peggio quando verrà sfasciato e le cicatrici saranno disponibili al mondo per essere sfottute. Mi gingillavo col mio cellulare comprato appena fuori dalla fermata della metropolitana il primo giorno di permanenza londinese. Carphone Warehouse, mobile phone e credito venti pounds. Poi se malauguratamente si spegne non si riaccende a meno che non vi intervenga uno sturbo di nervi, ma non importa. Mi gingillavo il mio azzurrissimo mattone tra le mani, incurante dei bimbetti che facevano gorgheggiare suonerie poco probabili. A volumi intollerabili.
Sono scesa dal treno e ho contato i passi lungo la sala partenze di Santa Maria Novella.I passi che mi separavano dal mio ormai affezionatissimo milkshake al cioccolato. Ho pensato che col mio zaino con le peonie vagamente traditional, color cartazucchero su fondo grigio, potevo benissimo confondermi tra le flotte di giapponesi sudati e tedeschi spauriti. Accarezzavo l'idea di essere in orario sulla tabella di marcia per la preparazione degli esami, sebbene già so che mi ridurrò alle ultime settantadue ore per studiare tutto. Camminavo posata, misurando la lunghezza dei miei passi, mentre pensavo alla mia tee shirt con la riproduzione della Grande Onda di Katsushita Hokusai. Quasi nessuno si renderà conto di quanto c'è stampato sopra, moltissimi riconosceranno il ricciolo della carhartt.
C'est la vie.
Meditavo anche di infastidire il tatuatore per il mio progetto al momento on hiatus, ma poi me ne sono dimenticata. Questo mi gingillava il cervello mentre varcavo l'arco d'oro, snocciolavo un euro sul bancone, sorridevo alla cassiera e mi guadagnavo la mia dose di zuccheri malati. Continuavo a pensare a quella strana coppia, al pappagallo grigio e al cane giallo. E ai miei sogni delle ultime due notti.
Pensavo a quanto si sbriciola la distanza tra noi, quando mi dici di giovanili interpretazioni di Marcovaldo. Distanza tra noi che non esiste se non nei chilometri. Non esisto più nel mio passato, non esisto nel mio futuro, se non in quello che tra due mesi esatti mi vedrà impegnata in ciò che so fare meno, vale a dire ottimizzare. Esisto solo nel mio splendido presente. Nella mia volontà che mi alza dal letto la Domenica mattina per perdermi in libreria per cercarti un testo affine, avendo dormito meno di quattro ore. Esisto solo quando sbrano il velo che per qualche secondo interponi tra noi, facendo finta di essere molto stronzo.
Esisto quando reprimo a forza un sorriso, seduta a quella fermata in una serata stranamente luminosa per essere già le otto e venti. Esisto quando non parli, quando non parlo, quando ci guardiamo e so già tutto. Sai già tutto. Vivo solo del presente, dell'attimo che è, non era e non sarà. Dei momenti moltiplicati all'infinito che solo tu sei in grado di farmi provare. E non ringrazio niente e nessuno di quanto c'è stato prima. Ringrazio solo quella che sono adesso. Ringrazio la forza che ho di aprirmi a te a rischio di una risata in faccia, per farti capire quanto ho dentro.Potrei chiedere di cancellare dalla mia mente tutti i momenti che abbiamo vissuto fino ad ora, ogni piccola briciola che abbiamo messo accanto ad un'altra, arrivando piano piano fino a qui; potrei chiedere di farmi scordare di tutto, da quanto ho il privilegio di guardarti dentro, se solo mi promettessero che una mattina mi sveglierò ancora sentendoti canticchiare, e che facendo finta di dormicolare sotto le coperte potrò ancora una volta guardarti mentre tutto serio ti abbottoni con precisione immacolata i bottoni della camicia a quadretti blu, bianchi e rossi.
Perché mi dai le opportunità che ho sognato per tutta una vita, e non posso permettermi di rovinare tutto. Perché io lo sentivo dentro che quel trenta Settembre dell'anno che ormai porta due cifre fa, dovevo prendere quel treno per Rimini a caso. E arrivare, e prima ancora che su Jesus Christ, posare gli occhi sull'iscrizione della manica della long sleeve. E alzandoli, schiantarmi nel tuo sguardo senza averne il diritto, senza che tu te ne accorgessi, senza sapere chi fossi. Senza smettere nemmeno adesso e senza voler smettere. Sudato fradicio, con la banana sfatta e i riccioli spettinati, ma con quegli occhi che non sono mai più riuscita a bruciarmi via dal cervello. Anche se ti faccio sempre credere di non averti neppure notato. I fell in love with the boy at the rock show.

He's the one, he'll always be there
He took my hand and I made it I swear
Because I fell in love with the boy at the rock show
He said "what?" and I told him that I didn't know
He's so cool, gonna sneak in through his window
Everything's better when he's around
I can't wait till his parents go out of town
I fell in love with the boy at the rock show
When we said we were gonna move to P***mà
I remember the look my mother gave us
22 without a purpose or direction
We don't owe anyone a fucking explanation.
He took my hand and I made it I swear
Because I fell in love with the boy at the rock show
He said "what?" and I told him that I didn't know
He's so cool, gonna sneak in through his window
Everything's better when he's around
I can't wait till his parents go out of town
I fell in love with the boy at the rock show
When we said we were gonna move to P***mà
I remember the look my mother gave us
22 without a purpose or direction
We don't owe anyone a fucking explanation.
E quando rispolvero i Blink 182, la situazione è grave.
| Nonsenso diFatacattiva @ 01:45 |
|blablabla| |
||| _____________________________________ я подрывная.внимание!
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